
Nala è arrivata al Rifugio Alma in una sera di marzo, legata a una cancellata con un pezzo di corda e un foglio piegato in quattro: il nome, l'età sbagliata di due anni, nessun'altra spiegazione. Per due settimane ha mangiato solo di notte, quando il cortile era vuoto.
La prima volta che l'ho vista era già luglio. Attraversava il campo dietro le stalle a testa bassa, tornando indietro ogni volta che la voce di Sara la chiamava dal cancello. Non è la storia di un cane che impara a fidarsi: è la storia di una persona che impara ad aspettare.

Sara lavora al rifugio da sei anni e ha imparato a stare ferma. Riempie la ciotola, si siede a tre metri e parla del tempo, di quello che c'è da fare domani, di niente. Dice che i cani come Nala non chiedono affetto: chiedono che il mondo diventi prevedibile.
Non chiedeva carezze. Chiedeva che le cose restassero al loro posto.
Verso le nove il sole si appoggia sulla collina e il campo diventa arancione per una decina di minuti. Nala si mette di spalle, il muso verso la luce, e resta lì finché non si spegne tutto. È l'unico momento in cui non controlla dove siamo.

Quando sono ripartita, Nala era di nuovo al cancello. Non per salutare: per vedere chi andava via, come fa ogni volta. Sara mi ha detto che tra un mese proveranno a portarla in paese, al mercato, con la corda lunga. Un passo alla volta, alla velocità che decide lei.


